Marco TamburroL’equilibrio fra Europa e Africa è entrato in una fase di profonda turbolenza. L’Unione Europea ha abbandonato la stagione degli strumenti separati e, dopo il Consensus sullo Sviluppo del 2017 centrato su human development, ha unificato i canali finanziari con NDICI–Global Europe e il meccanismo EFSD+ per mobilitare capitale privato; nel disegno del Quadro Finanziario 2028–2035 ha proposto un pilastro ‘‘Global Europe’’ più grande e flessibile, esplicitamente connesso a competitività, accesso a materie prime e gestione delle crisi. È la risposta di Bruxelles a un mondo più esigente, ma segnala anche un passaggio da aid a trade che rimodula priorità, rischiando di comprimere lo spazio per diritti e società civile se non governato con equilibrio. Nel continente africano, l’Unione europea ha spesso dato l’impressione di muoversi con goffaggine: grandi annunci, cornici finanziarie imponenti e liste di “flagship projects” che però faticano a tradursi in risultati percepibili sul terreno, oppure arrivano in ritardo rispetto a dinamiche politiche e securitarie che corrono molto più veloci. La strategia‑ombrello Global Gateway, decantata come il volano per rilanciare la relazione su basi “tra pari” e mobilitare €150 miliardi in Africa entro il 2027 (con ambizioni poi elevate oltre i €300 miliardi a livello globale), ha sofferto fin dall’inizio di frammentazione attuativa, eccesso di branding e scarsa chiarezza su governance e proprietà locale; diverse analisi ricordano che “si è costruita la nave mentre era già in mare”, con elenchi di progetti eterogenei, coordinamento diseguale tra attori del “Team Europe”, e tempi di consegna incompatibili con aspettative politiche e sociali africane.
L’equilibrio fra Europa e Africa è entrato in una fase di profonda turbolenza. L’Unione Europea ha abbandonato la stagione degli strumenti separati e, dopo il Consensus sullo Sviluppo del 2017 centrato su human development, ha unificato i canali finanziari con NDICI–Global Europe e il meccanismo EFSD+ per mobilitare capitale privato; nel disegno del Quadro Finanziario 2028–2035 ha proposto un pilastro ‘‘Global Europe’’ più grande e flessibile, esplicitamente connesso a competitività, accesso a materie prime e gestione delle crisi. È la risposta di Bruxelles a un mondo più esigente, ma segnala anche un passaggio da aid a trade che rimodula priorità, rischiando di comprimere lo spazio per diritti e società civile se non governato con equilibrio.
Nel continente africano, l’Unione europea ha spesso dato l’impressione di muoversi con goffaggine: grandi annunci, cornici finanziarie imponenti e liste di “flagship projects” che però faticano a tradursi in risultati percepibili sul terreno, oppure arrivano in ritardo rispetto a dinamiche politiche e securitarie che corrono molto più veloci. La strategia‑ombrello Global Gateway, decantata come il volano per rilanciare la relazione su basi “tra pari” e mobilitare €150 miliardi in Africa entro il 2027 (con ambizioni poi elevate oltre i €300 miliardi a livello globale), ha sofferto fin dall’inizio di frammentazione attuativa, eccesso di branding e scarsa chiarezza su governance e proprietà locale; diverse analisi ricordano che “si è costruita la nave mentre era già in mare”, con elenchi di progetti eterogenei, coordinamento diseguale tra attori del “Team Europe”, e tempi di consegna incompatibili con aspettative politiche e sociali africane. In parallelo, la razionalizzazione degli strumenti finanziari nel NDICI‑Global Europe, pensata per semplificare e rendere più reattiva l’azione esterna, ha prodotto una revisione di medio termine giudicata poco trasparente e opportunistica, alimentando la percezione di una bussola geopolitica più reattiva che strategica; persino sul piano del racconto, il passaggio dall’aiuto allo “sviluppo trainato dagli investimenti” s’è spesso scontrato con vincoli regolatori e condizionalità che appesantiscono l’esecuzione e riducono lo spazio d’agenzia dei partner africani.

Add a Comment