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Dossier – Il controllo parlamentare delle agenzie di intelligence negli ordinamenti europei: limiti strutturali e prospettive di cooperazione

Dott. Alessio Livi

Professionista con oltre trent’anni di esperienza nel settore ICT, di cui più di venti maturati in ruoli dirigenziali presso multinazionali leader nella fornitura di soluzioni software e servizi professionali. Già Ufficiale dell’Esercito, nel 2011 è stato richiamato in servizio attivo dal Ministero della Difesa come consulente per la digitalizzazione dei processi documentali.
Laureato con lode in Scienze dell’Amministrazione e della Sicurezza Aziendale presso l’Università degli Studi di Roma Unitelma Sapienza, sta completando la seconda laurea in Giurisprudenza nello stesso Ateneo, con specializzazione in responsabilità per illecito trattamento dei dati personali e responsabilità penale degli enti collettivi ai sensi del D.lgs. 231/2001.
Attualmente è Tutor DSA e Disabilità presso la Facoltà di Giurisprudenza di Unitelma Sapienza, dove promuove l’adozione di strumenti digitali e metodologie didattiche innovative e inclusive.
Coniuga competenze manageriali e tecnologiche con una preparazione giuridica, focalizzandosi su conformità normativa, sicurezza dei dati, innovazione digitale, accountability e governance dei processi.

Il breve elaborato esamina, attraverso il modello di comparazione funzionale, il controllo parlamentare delle agenzie di intelligence negli ordinamenti europei, ponendo al centro la tensione tra esigenze di sicurezza, segretezza operativa e principi di legittimazione democratica propri dello Stato costituzionale. L’attività di intelligence, pur essendo essenziale per la tutela della sicurezza collettiva, presenta caratteristiche che rendono complessa la sua sottoposizione ai tradizionali meccanismi di responsabilità politica e giuridica. In tale prospettiva di diritto pubblico comparato, il lavoro ricostruisce i principali modelli di controllo parlamentare adottati negli Stati europei, mettendone in evidenza le convergenze strutturali e i limiti comuni. Il controllo parlamentare emerge come uno strumento prevalentemente politico e istituzionale, strutturalmente attenuato ma costituzionalmente rilevante, volto a evitare la sottrazione dell’intelligence ai circuiti di responsabilità democratica. L’analisi si estende infine alla dimensione europea, mostrando come la cooperazione di intelligence, sviluppatasi soprattutto in forma intergovernativa, accentui il deficit di controllo parlamentare e ponga rilevanti interrogativi sulla sostenibilità democratica del sistema.

M23...

M23 nell’Est della RDC: Uvira, il Ruolo del Rwanda

Marco Tamburro

Le Dinamiche Recenti dell’M23 nell’Est della RDC: Uvira, il Ruolo del Rwanda e l’Autorità di Fatto sui Territori Controllati

La recente ritirata dei ribelli M23/AFC da Uvira, nel Sud Kivu, rappresenta una nuova fase nel conflitto che da decenni destabilizza l’est della Repubblica Democratica del Congo (RDC). Sebbene presentata come un gesto di buona volontà, la ritirata non è stata volontaria: è avvenuta sotto forte pressione degli Stati Uniti, che hanno accusato il Rwanda e l’M23 di aver violato un accordo mediato da Washington tra Kinshasa e Kigali. Il gruppo ha accettato di ritirarsi su richiesta americana, definendo la mossa un gesto per favorire il processo di Doha. Diversi analisti hanno sottolineato che l’avanzata dell’M23 verso Uvira, avvenuta pochi giorni dopo la firma degli accordi di Washington, è stata percepita negli Stati Uniti come un affronto diplomatico. Di fronte alla prospettiva di sanzioni, i ribelli hanno annunciato il ritiro. Secondo esperti della Konrad Adenauer Foundation, la rapidità con cui l’M23 ha risposto conferma la forte influenza del Rwanda sul movimento. Tuttavia, sul terreno, testimoni riportavano ancora la presenza di combattenti dopo gli annunci ufficiali.

L’Ombra del Rwanda

Nonostante Kigali continui a negare ogni coinvolgimento, numerose fonti indicano il Rwanda come principale sponsor militare e logistico dell’M23. Gli Stati Uniti hanno accusato apertamente il governo rwandese di aver violato gli accordi di Washington sostenendo l’avanzata ribelle, un’accusa che ha rafforzato la pressione internazionale. L’atteggiamento dell’M23, pronto a ritirarsi solo dopo richiami espliciti di Washington, lascia intendere un coordinamento strategico tra Kigali e la leadership ribelle, confermando sospetti di lunga data: il Rwanda utilizzerebbe l’M23 come forza per procura per mantenere influenza nelle zone minerarie dell’est congolese.

Un Impasse: l’M23 come Autorità di Fatto

Nonostante le ritirate da alcune città, l’M23 continua a controllare vasti territori nel Nord e Sud Kivu, agendo come una autorità amministrativa de facto: gestione locale, imposizione di regolamenti, riscossione di tasse e forme di arruolamento obbligatorio. Tali pratiche sostituiscono o svuotano la presenza dello Stato congolese. Le ripetute alternanze tra annunci di ritiro e avanzate rinnovate alimentano un clima di sfiducia nelle comunità locali e rafforzano il ruolo dell’M23 come governo parallelo. Valutazioni umanitarie sul campo segnalano come i continui cambiamenti di controllo aggravino la vulnerabilità della popolazione civile, complicando l’accesso umanitario e costringendo le popolazioni a convivere con un mosaico instabile di autorità armate. Il gruppo ha persino sollecitato la presenza di forze neutrali internazionali nei territori lasciati, suggerendo una strategia volta a influenzare le future strutture di sicurezza. L’est della RDC rimane imprigionata in un sistema in cui gruppi armati, interferenze regionali e debolezze strutturali dello Stato congolese si rafforzano a vicenda. Il ruolo ibrido dell’M23, al tempo stesso forza militare e autorità civile, rende arduo qualsiasi negoziato. La ritirata da Uvira, imposta dagli Stati Uniti, mostra che la diplomazia può produrre risultati tattici, ma rivela anche un equilibrio strategico immutato: gli Stati Uniti, non hanno fermato il conflitto all’Est dell’RDC.

Marco Tamburro

ADF Congo

ADF: una minaccia in continua evoluzione nell’Est della RDC

Marco Tamburro

Le Allied Democratic Forces (ADF) non sono più un gruppo residuale in declino, ma una minaccia armata persistente e adattiva, profondamente radicata nelle fragilità strutturali dell’est della Repubblica Democratica del Congo. Nato negli anni ’90 come movimento antigovernativo ugandese, il gruppo ha attraversato una trasformazione radicale: da insorgenza locale a formazione jihadista affiliata allo Stato Islamico (IS), fino a diventare un attore ibrido che combina violenza, ideologia e un’economia predatoria.

Dal 2023, l’ADF ha ridefinito la propria geografia di influenza. Storicamente concentrato nel Grande Nord del Nord Kivu, oggi opera attraverso cellule mobili e coordinate, sfruttando i vuoti di sicurezza creati dal ridispiegamento delle forze armate congolesi (FARDC) verso il fronte M23 e dalle difficoltà dell’operazione congiunta Shujaa. Questa dispersione ha permesso al gruppo di consolidarsi in aree rurali scarsamente militarizzate di Nord Kivu e Ituri, con segnali di espansione verso la provincia di Tshopo.

La violenza contro i civili è il fulcro della strategia ADF. Massacri, rapimenti e attacchi a luoghi simbolici come mercati, chiese e centri sanitari non rispondono a logiche militari, ma a obiettivi di terrore, coercizione e controllo sociale. Nel 2025, il 92% delle vittime degli attacchi ADF sono civili, un dato che evidenzia la sproporzione tra la pressione militare subita e la brutalità esercitata.

Parallelamente, il gruppo ha rafforzato la propria autonomia finanziaria. La riduzione dei flussi diretti dallo Stato Islamico ha accelerato la creazione di un’economia di guerra basata su tassazioni forzate (fino a 30 dollari al mese per gli agricoltori), estorsioni, rapimenti e sfruttamento delle risorse locali come oro, legname e cacao. Questa economia predatoria non solo garantisce la sopravvivenza del gruppo, ma ne alimenta la capacità di reclutamento, soprattutto tra i giovani vulnerabili.

Sul piano ideologico, l’affiliazione all’Islamic State Central Africa Province (ISCAP) ha fornito legittimità e visibilità internazionale, amplificata dalla propaganda di IS attraverso canali come Amaq. Tuttavia, la relazione è oggi più simbolica che operativa: le dinamiche regionali – con legami crescenti con Tanzania, Somalia e Mozambico – pesano più delle direttive del nucleo centrale di IS. Questa regionalizzazione favorisce scambi di competenze e risorse, con il rischio di trasferimenti di know-how militare, come l’uso di ordigni improvvisati o droni artigianali.

Le conseguenze umanitarie sono devastanti. Le aree sotto influenza ADF sono diventate zone “no-go” per le ONG, a causa di gravi restrizioni di accesso e di una crescente ostilità delle comunità, alimentata da percezioni di collusione tra attori umanitari e dinamiche di sicurezza. La distruzione di infrastrutture sanitarie, l’insicurezza cronica e gli spostamenti forzati aggravano la vulnerabilità delle popolazioni locali, mentre le proteste contro le ONG si moltiplicano.

Guardando al futuro, il rischio di espansione verso Tshopo è concreto, così come l’aumento della brutalità degli attacchi, spinto da una retorica religiosa sempre più radicale e anticristiana. Per gli attori umanitari, la sfida è duplice: garantire la sicurezza delle operazioni e preservare l’accettazione comunitaria, in un contesto dove la neutralità è costantemente messa in discussione.

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Dossier – CyberSecurity: General Types of Cybercrime.

 

Dott. Alessio Livi

Professionista con oltre trent’anni di esperienza nel settore ICT, di cui più di venti maturati in ruoli dirigenziali presso multinazionali leader nella fornitura di soluzioni software e servizi professionali. Già Ufficiale dell’Esercito, nel 2011 è stato richiamato in servizio attivo dal Ministero della Difesa come consulente per la digitalizzazione dei processi documentali.
Laureato con lode in Scienze dell’Amministrazione e della Sicurezza Aziendale presso l’Università degli Studi di Roma Unitelma Sapienza, sta completando la seconda laurea in Giurisprudenza nello stesso Ateneo, con specializzazione in responsabilità per illecito trattamento dei dati personali e responsabilità penale degli enti collettivi ai sensi del D.lgs. 231/2001.
Attualmente è Tutor DSA e Disabilità presso la Facoltà di Giurisprudenza di Unitelma Sapienza, dove promuove l’adozione di strumenti digitali e metodologie didattiche innovative e inclusive.
Coniuga competenze manageriali e tecnologiche con una preparazione giuridica, focalizzandosi su conformità normativa, sicurezza dei dati, innovazione digitale, accountability e governance dei processi.

 

Il breve elaborato analizza il cybercrime tramite lo studio UNODC 2013, esplorando sue categorie e implicazioni legali, con enfasi sulla Convenzione di Budapest come punto di riferimento per l'armonizzazione legale e cooperazione globale. Esso sottolinea l'evoluzione del cybercrime rispetto all'avanzamento tecnologico, incluse le sfide dell'intelligenza artificiale e l'impiego di fornitori privati di sicurezza, evidenziando la necessità di quadri normativi adeguati. La ricerca invoca un impegno multidisciplinare e internazionale per affrontare queste minacce, mantenendo un equilibrio tra sicurezza e diritti umani nell'era digitale. The paper delves into cybercrime through the UNODC 2013 study, exploring its categories and legal implications, highlighting the Budapest Convention as a benchmark for legal harmonisation and global cooperation. It highlights the evolution of cybercrime with technological advancements, including challenges posed by artificial intelligence and the use of private security providers, underscoring the need for appropriate legal frameworks. The research advocates for a multidisciplinary and international commitment to address these threats while balancing security and human rights in the digital age.

Climate Policy Uncertainty in the Business Cycle

Dott. Gianluca Vegas Acero ha conseguito la laurea magistrale in Economia presso la Sapienza – Università di Roma, dove ha completato gli studi con il massimo dei voti (110 e lode). Il suo background accademico è radicato nella macroeconomia teorica e applicata, con interessi di ricerca che spaziano dai cicli economici, alla politica monetaria e fiscale, all’economia ambientale e all’incertezza economica. La sua tesi di laurea magistrale, intitolata “Climate Policy Uncertainty in the Business Cycle”, esplora le implicazioni macroeconomiche delle politiche ambientali incerte e i loro effetti sul sistema economico. Attualmente sta perseguendo opportunità di ricerca e sta preparando per un dottorato di ricerca in Economia,

Questa tesi analizza le conseguenze macroeconomiche e ambientali dell'incertezza della politica climatica all'interno di un modello di ciclo economico. L'incertezza della politica climatica, modellata come uno shock alla volatilità di una tassa ambientale applicata sulla produzione inquinante, viene esaminata attraverso un modello di Real Business Cycle esteso per includere la componente ambientale (E-RBC). Il modello viene risolto attraverso un approssimazione del terzo ordine attorno allo stato stazionario stocastico, al fine di cogliere l'impatto dell'incertezza "pura" sulle decisioni degli individui nel sistema economico. I risultati mostrano che uno shock di incertezza climatica genera due principali effetti in un modello a prezzi perfettamente flessibili: (i) l'aumento dell'incertezza induce un comportamento precauzionale da parte delle famiglie, portanto ad un incremento del risparmio desiderato; e (ii) un effetto inquinante, che si traduce in un aumento delle emissioni di C02. Il modello risulta essere stabile rispetto a variazioni di alcuni parametri chiave.

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Il Piano Mattei prende forma: più trade e meno aid

Marco Tamburro

È entrata in vigore già dal 14 gennaio 2024 la legge n. 2/2024, che definisce gli ambiti di intervento del “Piano Mattei” e istituisce la Cabina di regia preposta al coordinamento e al monitoraggio dell’implementazione del piano. In quasi un anno, diversi soggetti hanno già beneficiato dei fondi, tra cui diverse organizzazioni della società civile, per l’implementazione di progetti su diverse tematiche nei Paesi prioritari, tra cui Algeria, Costa d’Avorio, Egitto, Etiopia, Kenya, Libia, Marocco, Mozambico, Repubblica Democratica del Congo, Rwanda, Sud Africa e Tunisia.

Dopo circa un anno di implementazione, si possono tirare già alcune conclusioni perché si intravedono diversi elementi, chiari e meno chiari, che caratterizzano l’attuazione del paino:

  • Un approccio top-down e il rapporto fra AICS e DGCS: se già nel gennaio 24 l’Unione Africana si era detta ‘’sorpresa’’ del lancio del piano senza consultazioni avvenute fra l’organo di coordinamento africano e il Governo italiano, resta un carattere molto centralizzato a livello decisionale, con l’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo (AICS) che spesso viene consultata sulle iniziative del Piano Mattei, ma non riveste certo un ruolo decisionale. Questo perché, anche solo per un mero aspetto legislativo, l’AICS risponde alla normativa 125/2014 (legge sulla cooperazione), mentre il Piano Mattei al decreto-legge del 2024, slegandolo così di fatto da tutta quella normativa burocratica che caratterizza il modus operandi di AICS. Di conseguenza, all’interno del Ministero affari esteri, è la DGCS[1] ad avere un ruolo di primo ordine e ad essere l’organo decisionale sulle iniziative, generando anche una sorte di rivalità con l’AICS.
  • Un approccio dinamico e comunicativo: se nel gennaio 2024 l’Unione Africana si era espressa in quei termini, la cabina di regia non ha però mancato di coltivare, dopo il lancio, i rapporti con i partners africani che in diverse occasioni, sono stati visitati e con cui si sono intavolate diverse discussioni sulle loro priorità. Ad oggi, quasi tutti i Paesi prioritari hanno visto almeno due missioni nell’arco degli ultimi 24 mesi di rappresentanti di alto livello di AICS-DGCS, e sempre alla presenza degli ambasciatori italiani presenti in ogni Paese. Queste missioni non hanno mancato di mettere in agenda anche incontri con la società civile italiana presente nei Paesi africani partners oltre che rapporti stretti con ENI.
  • Un’eleggibilità ‘’allargata’’: essendo il Piano attuato sotto un decreto-legge diverso dalla legge sulla cooperazione, questo dà molto più margine di manovra alla cabina di regia di Roma decidere in autonoma e anche per assegnazione diretta, dove e come destinare i fondi. Diversi enti, si trovano così in posizione privilegiate per la proposta di fondi, come per esempio diverse iniziative in fase di disegno da parte delle Regioni italiane che poi lascerebbero la società civile implementare nei Paesi selezionati. Ovviamente, anche per rimarcare il peso politico del Paino ed accentuare il carattere univoco del ‘’sistema Italia’’ da portare avanti, alcuni partners sono stati privilegiati nelle interlocuzioni con la DGCS e il MAECI, come ad esempio l’Eni, sia per progetti rivolti a scopi sociali sia per iniziative più di business, condiviso fra imprese italiane e africane: è l’esempio, della filiera del caffè, che sembra essere il focus tecnico di diverse azioni lanciate in Paesi come Tanzania, Kenya e Uganda e dove grandi imprese italiane avranno il compito di creare partenariati con imprese africane nel settore (vedi Illy e Lavazza).
  • ‘’I nodi da scogliere’’ e le domande per il futuro: in prospettiva, soprattutto le Organizzazioni della società civile hanno avuto difficoltà a capire le modalità di approccio e presentazione progetti, vedendo però contemporaneamente somme considerevoli già assegnate ad altri partners. Quanti saranno davvero i fondi ‘’nuovi’’ disponibili anno per anno, e quanti progetti già in corso o con fonti di finanziamento diverse (e.i. investimenti autonomi di ENI) saranno calcolati nel bilancio dell’investimento del Piano?  AICS risentirà della presenza del Piano Mattei in termini di fondi disponibili? Questi i maggiori punti da seguire nel prossimo futuro per il monitoraggio del Piano Mattei.

Marco Tamburro


[1]  Direzione generale per la cooperazione allo sviluppo è l’organo del Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale che si occupa di definire gli obiettivi, la priorità e gli indirizzi strategici degli interventi di cooperazione allo sviluppo[1], di valutarne gli impatti e di verificare il raggiungimento degli scopi prefissati.

Inoltre, rappresenta l’Italia nelle sedi internazionali deputate alle politiche di cooperazione, sovrintende all’erogazione di contributi statali alle ONG ed agli interventi di emergenza umanitaria.

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USAID ed Europa: perché la chiusura di USAID è un ulteriore atto di sfida all’Europa

Marco Tamburro

L’83% dei programmi gestiti dall’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale (USAID), in un’epurazione da sei settimane, ha ufficialmente eliminato interi programmi di assistenza emergenziale e per lo sviluppo che avevano richiesto decenni di lavoro.

Il Segretario di Stato Marco Rubio ha annunciato i massicci tagli lunedì, confermando che circa 5.200 dei 6.200 programmi globali di USAID sono stati chiusi. Le iniziative superstiti – meno di un quinto del precedente portafoglio di aiuti americani – saranno assorbite dal Dipartimento di Stato. ‘’ Finanziamo i programmi indipendentemente dal fatto che siano allineati o meno con la politica estera. È ridicolo…’’ : ovviamente dipende dalla prospettiva e i criteri che si usano, considerando che gli Stati Uniti hanno ‘’scelto’’ di investire circa 9.9 miliardi di dollari solo nel 2024 per i piani di risposta umanitari elaborati dalle nazioni Unite in tutto il Mondo che sicuramente non influivano direttamente sulla politica americana, ma miravano a salvare milioni di vite attraverso programmi d’urgenza.

Si potrebbero citare anche i cento miliardi complessivi investiti nel programma PEPFAR creato da George W. Bush e che ha sempre ricevuto un voto bipartisan al suo finanziamento. La nuova amministrazione ha annunciato la sospensione degli aiuti in concomitanza con l’ordine di ritirare gli Stati Uniti dal coordinamento globale sui programmi sanitari e climatici e con la minaccia di coinvolgere gli alleati europei in una guerra commerciale. La decisione è legata comunque anche al panorama di politica interna, considerando la priorità dell’amministrazione Trump di ridurre la macchina e le spese federali.

L’improvviso congelamento degli aiuti esteri statunitensi è diventato un chiaro avvertimento del cambiamento dell’approccio degli Stati Uniti all’impegno globale e fa pressione sui governi europei per contenerne le conseguenze. Collettivamente, l’Unione Europea è tra le maggiori fonti di aiuto allo sviluppo del mondo, con oltre 52 miliardi di dollari all’anno. Sul breve periodo, forse la mossa può effettivamente essere interpretata come una sfida indiretta all’Europa che potrebbe dover aprire un nuovo fronte di negoziati e sforzi politici e finanziari, per colmare il gap lasciato scoperto dai fondi americani, soprattutto sul continente africano.

Dall’altra parte, uno scenario possibile, per quanto cinico e molto poco etico, potrebbe vedere gli Stati Uniti tornare a negoziare in bilaterale con ogni partner africano dei possibili aiutati ma legati alle concessioni sulle risorse naturali di ogni stato e i vantaggi economici delle imprese americane.

In questo caso l’Unione Europea si troverebbe a intrattenere rapporti con gli Stati africani ma in competizione con la nuova postura statunitense votata solo agli affari, finanziare le ONG e le Nazioni Unite per i programmi umanitari e di sviluppo senza offrire i vantaggi economici che il competitor americano offrirebbe. Con una disponibilità finanziaria sempre più ridotta a fronte del nuovo riarmo sul fronte dell’Est Europa, l’Unione Europea dovrà dimostrare molta unione e anche cercare di coinvolgere più direttamente dei Paesi che potrebbero parzialmente sostituirsi agli Stati Uniti nel finanziamento dei programmi di sviluppo e emergenze, come Emirati Arabi, Qatar e Arabia Saudita.

Questi Paesi, in realtà, hanno già aumentato i loro contributi e coinvolgimento nell’assistenza umanitaria, come l’Arabia Saudita che ha contribuito nel 2024 con 1.2 miliardi di dollari ai piani di risposta umanitari, seguita anche dagli Emirati Arabi con 787 milioni, il Qatar con 483 milioni e il Kuwait con 51 milioni[1].

Diversificare gli interlocutori e aprire nuove forme di finanziamento e dialogo sembra essere l’unica strada per l’Unione Europea per far fronte alla nuova aggressività e ostilità americana, che ridisegna il panorama internazionale.

Marco Tamburro


[1] https://fts.unocha.org/global-funding/donor-grouped/2024?order=total_funding&sort=desc

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Crisi in DRC: chi sono gli M23 e le mire espansionistiche del Rwanda

Marco Tamburro

L’offensiva su Goma, nel Nord Kivu, da parte dell’M23 è stata lanciata a gennaio ed è sostenuta, ancora una volta, dal Rwanda. La presa della capitale del Nord Kivu è durata dal 23 al 30 gennaio. L’offensiva fa parte della più ampia campagna espansionistica dell’M23 nelle province del Nord e del Sud Kivu della RDC, ripresa nell’ottobre 2024 dopo una pausa. Nel gennaio 2025 i ribelli dell’M23 hanno compiuto una rapida avanzata nelle regioni del Kivu, prima conquistando Goma e poi Bukavu nel Sud Kivu. Mentre si allarmano i vicini Uganda e Burundi, anche gli organi Istituzionali come l’Unione Africana e gli Stati del sud est (SADC) sono alla ricerca di una mediazione politica. Al di là del noto supporto rwandese, l’M23 è un’organizzazione paramilitare. È storicamente considerata filo-ruandese per la presenza maggioritaria di tutsi, e parte del gruppo dell’Alleanza del fiume Congo (AFC). L’M23 è composto da ex ribelli del Congresso Nazionale per la Difesa del Popolo (CNDP) integrati nell’esercito congolese in seguito all’accordo di pace firmato il 23 marzo 2009 tra il CNDP e Kinshasa, che si sono poi ammutinati nell’aprile 2012, ritenendo che il governo congolese non stesse rispettando i termini dell’accordo.

Già nel 2012, i ribelli dell’M23 hanno conquistato gran parte del Nord Kivu e il 20 novembre 2012 già presero il controllo di Goma. Questo atto di guerra scatenò una forte mobilitazione della comunità internazionale per evitare una nuova deflagrazione nella regione. Durante la mediazione che ha riunito i Paesi africani dei Grandi Laghi, si raggiunse un accordo per il ritiro dell’M23 da Goma, in cambio dell’apertura di negoziati con le autorità congolesi.

Nel novembre 2021, l’M23, che fino ad allora era rimasto discreto, è tornato attivo nella Repubblica Democratica del Congo e, dal 2022, ha intensificato la sua offensiva nella regione del Kivu, prendendo il controllo di aree strategiche.

Ovvio però, che la presenza militare dell’M23 e del suo leader, non distolgono l’attenzione da quello che è il vero protagonista della strategia dietro i recenti attacchi, cioè Paul Kagame. L’Est del Congo è ricca di minerali e altre risorse naturali, e la presenza di gruppi armati e scarso controllo da parte del governo di Kinshasa, rendono molto più facili il controllo e l’esportazione illegale di queste risorse.

Incredibile il fatto che il Rwanda, che sarebbe in teoria poverissimo di coltan, sia un grand esportatore verso l’UE, tanto da aver sottoscritto un accordo con la Commissione europea nel febbraio 2024[1].

Il 13 febbraio, il Parlamento europeo ha votato a larga maggioranza per sospendere un accordo di cooperazione con il Ruanda su un trio di minerali fondamentali (The so-called 3T minerals — tin, tungsten, tantalum) per la transizione energetica pulita, citando i loro legami con le violenze in corso nella Repubblica Democratica del Congo.

Le collaborazioni fra l’UE e il Rwanda non finiscono qui, e gli imbarazzi dell’UE riguardano anche i 320 milioni di euro su climate-proof cities, 100 milioni su educazione primaria, e i 21 milioni per la missione rwandese nel Nord del Mozambico a protezione del gasdotto TOTAL, che dovrebbe poi rifornire anche l’UE nella sua strategia di diversificazione di approvvigionamento.

Risorse naturali, gas, Unione Europea ed etica, non vanno sempre d’accordo.

Marco Tamburro


[1] https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/en/ip_24_822

Burundi

Venti di colpo di Stato in Burundi: la fragilità dello stato e l’effetto Rwanda

Marco Tamburro

L’offensiva verso la capitale della provincia del Nord Kivu, Goma, da parte dell’M23, è stata rilanciata a gennaio di quest’anno dopo diversi mesi di calma apparente. A dispetto delle dichiarazioni ufficiali, l’apparato militare dell’M23, moderno e sofisticato, viene finanziato da tempo dal Rwanda. Ci sono voluti solo pochi giorni, fra il 23 e il 28 gennaio, per prendere prima l’aeroporto e poi i punti chiave di Goma. Ai primi di febbraio, è toccato poi anche a Bukavu, capitale del Sud Kivu, cadere nelle mani dei ribelli rwandesi con una precipitosa ritirata anche degli altri contingenti burundesi e sudafricano.

Se l’Unione Africana e la SADC hanno cercato di avviare dei negoziati direttamente col Rwanda per cercare una soluzione diplomatica, la regione resta una grande polveriera. Se il Rwanda ha delle chiare mire sul controllo dei Kivu per ragioni di sicurezza interna e grande presenza di materie prime, dall’altra parte il Burundi si trova in una posizione di estrema fragilità: geograficamente, al momento il Burundi si trova con un movimento pro-Rwanda come l’M23 alle porte del Paese dislocato su tutta la frontiera, oltre al confine chiuso da tempo col Rwanda. Facile immaginare come l’M23, se volesse, avrebbe facile accesso a vari punti della frontiera fra Rwanda e Burundi per sfruttare la debole presenza dell’esercito burundese in vari punti. Se però, a questo punto, un attacco imminente non sembra essere previsto, potrebbe anche non essere necessario se si volesse arrivare, in un altro modo, ad avere un nuovo regime politico molto più favorevole a Kigali. In Burundi, una storica minoranza tutsi ha in mano la maggior parte dell’economia e dell’esercito, a fronte della maggioranza della popolazione di etnia hutu. Inoltre, c’è da considerare anche la presenza della milizia Red-Tabara (Résistance pour un État de Droit au Burundi), milizia ribelle formatasi nel 2015 in seguito alla crisi politica del Paese e sostenuta sempre dal Rwanda.

In questo quadro la leadership hutu del Burundi, guidata da Évariste Ndayishimiye, sente tutta la pressione che si aggiunge alla precaria situazione del Paese: penuria di carburante, potere di acquisto delle famiglie sempre più ridotto, malnutrizione cronica e insicurezza alimentare esacerbati dal rifiuto politico di riconoscere questa situazione come vera crisi umanitaria.

In questo quadro ONG e agenzie UN lavorano da diversi anni per mitigare la crisi cronica del Paese, ma sono anche attenti alla sicurezza del loro personale se la situazione dovesse precipitare. Proprio per questi motivi, a metà febbraio, la rappresentante del programma alimentare mondiale (WFP) aveva diffuso delle istruzioni di sicurezza interne al PAM sui social media. In queste istruzioni, il WFP invitava il suo personale a fare scorte di cibo, acqua e carburante per due settimane; una raccomandazione ritenuta allarmistica dalle autorità burundesi, che l’hanno vista come un tentativo di seminare il panico tra la popolazione. Per questo motivo, Il governo ha deciso di espellere la rappresentante del WFP, e la responsabile della sicurezza dell’organizzazione che hanno lasciato il Paese il 14 febbraio.

In questo clima, è facile percepire che la presenza delle forze burundesi prima sul territorio dell’RDC e poi in posizioni difensive, oltre alla presenza del contingente sudafricano che si è ritirato dall’RDC, continuino a generare tensioni col Rwanda; nonostante ciò, il 3 febbraio, il presidente Ndayishimiye ha annunciato un patto di non belligeranza che dovrebbe scongiurare un’aggressione del Rwanda, ma non si sa se questo includa anche l’M23. La tensione però non diminuisce infatti, il 27 febbraio, durante un comizio pubblico a Bukavu, alla presenza di Corneille Nangaa, leader dell’M23, due distinte esplosioni hanno fatto undici morti; il leader dell’M23 ha affermato che le granate utilizzate nelle esplosioni sono dello stesso tipo di quelle usate dall’esercito del Burundi nella RDC.

Nei prossimi mesi, sarà ovviamente fondamentale capire quale sarà l’evoluzione del conflitto fra M23 e RDC, se le Istituzioni internazionali sanzioneranno il Rwanda e se gli altri attori regionali saranno in qualche modo colpiti da conseguenze indirette. Nello specifico contesto del Burundi, si delineerà meglio quale anima riuscirà a migliorare la posizione del Paese, se si arriverà ad una normalizzazione dei rapporti col Rwanda o se la questione etnica esacerberà i conflitti interni come in passato.

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Il Mozambico si risveglia regime: il periodo post-elettorale più traumatico dalla guerra civile

Marco Tamburro

Al 4 novembre 2024 sale a 17 il bilancio dei morti confermati negli scontri fra polizia e manifestanti per le strade delle maggiori citta mozambicane. Ai 17 deceduti sulle strade, si aggiunge anche l’omicidio per mano ignota di Elvino Dias e Paulo Guambe, esponenti di spicco del nuovo partito PODEMOS, maturoatis il 19 ottobre scorso. Proprio dalla formazione politica PODEMOS si deve partire per spiegare l’ondata di violenze dell’ultimo mese: dopo qausi trent’anni di guerra civile e processo di pace ormai concluso, le elezioni presidenziali 2024 potevano essere celebrate come le prime senza la presenza di un ala militare vicina ad uno dei partiti che concorrevano alla presidenza. Da sempre il Mozambico si è contraddistinto per il bipolarimso fra FRELIMO, uscita vincitrice dalla guerra civile e da sempre al potere, contro la RENAMO, che nel 2018 aveva perso il leader storico Alfonso Dhalakama. Da allora Ossufo Mohamade aveva ripreso la gudia della RENAMO ma nulla era cambiato a livello dei risultati elettorali: diversi i rapporti post-elezione di USAID e UE a seguito di osservazioni, avevano riportato, nelle varie tornate elettorali, un susseguirsi di frodi, brogli, intimidazioni e, in generale, nessuna separazione tra il Governo e il partito FRELIMO.

In questo quadro, la frustrazione del popolo mozambicano è crescuita, non solo nei riguardi del partito al Governo incapace di migliorare la situazione della maggior parte dei mozambicani, ma anche nei confronti della RENAMO che sembrava, negli ultimi anni, avere un ruolo di oppositrice fantoccio, perfettamente calata nella realtà di secondo partito del Paese senza maggiori aspirazioni. Certo, altri partiti avevano già raggiunto alcuni risultati significativi, come il Movimento democratico del Mozambcio (MDM) capace di assicurarsi da quasi 15 anni solo la municipalità di Beira, provincia di Sofala. L’MDM, come Podemos, naceva però proprio da scissioni interne alla RENAMO che ha visto perdere consensi fino ad essere, dopo le elezioni del 4 ottobre, il terzo partito in termini di presenze di deputati in Parlamento. Infatti, è stato Venancio Mondlane, candidato indiependente supportato dalla lista PODEMOS, a registrare i maggiori successi e a rivendicare anche una vittoria, quanto meno prematura, il giorno dopo del voto e quando si erano scrutinati meno del 10% dei seggi.

Secondo la CNE, commissione nazionale elettorale, alla fine si è imposta la FRELIMO con quasi il 75% dei consensi, guidata dal candidato Daniel Chapo, successore alla guida del partito dopo che Filpe Nyussi dovrà abbandonare l’incarico di Presidente della Repubblica dopo due mandati, conforme ai dettami costituzionali.

E’ proprio dopo il 4 ottobre, però, che cominciano a susseguirsi molte segnalazioni di brogli: imposizioni di esponenti della Frelimo di tener aperti i seggi fino a tarda notte per rivedere i risultati non favorevoli, episodi di supporto della polizia locale a traporti sospetti delle casse contenti le schede elettorali, schede dei seggi ricontrollate e con risutlati diversi in sede di conteggio finale. Sembra quanto meno strano che, dopo una campagna elettorale che aveva visto Venancio Mondlane contraddistinguersi come un candidato energico, pronto a sfidare la FRELIMO, si sia arrivati poi ad un risultato col 75% dei consensi per il partito uscente. Con i risultati elettorali e l’omicio dei due esponenti di PODEMOS, sembra che molte persone abbiano tradotto queste manovre come il segnale inequivocabile che nessun cambiamento o dissenso sarebbe mai potuto essere tollerato.

Verso fine ottobre, pare che Venancio Mondlane si sia reso prima irrintracciabile, poi protagonista di una rocambolesca fuga verso il Sud Africa da cui si collega ogni giorno in diretta live su Facebook per chiamare il popolo mozambicano allo sciopero generale, preparando, la tanto temuta marcia su maputo del 7 novembre. Da qui la situazione tesa ma anche grottesca che si respira a Maputo: nonostante la vittoria elettorale, la forza militare e di polizia nelle mani del Governo e quindi della FELIMO, Mondlane ha già lanciato due appelli allo sciopero generale che vedono diverse città funzionare parzialmente, con molte persone del settore dei trasporti aderire allo sciopero e persone comuni organizzare manifestazioni spontanee in vari quartieri, soprattutto a Maputo. La repressione anche di piccole proteste pacifiche è stata da subito molto dura con le vittime fra la popolazione, oltre anche ad almeno due agenti di polizia rimasti uccisi. Se in città si respira uno strano clima per la marcia del 7 novembre, l’annuncio ha anche dato al Governo il tempo di prepararsi e suidare misure preventive: al vaglio, tra l’altro, anche un possibile stato d’emergenza nazionale che potrebbe prevedere alcune settimane di copri fuoco e esercito nelle strade.

Poco più di un anno fa, il Presidente Nyusi parlava in plenaria all’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 19 settembre 2023: “Concludo facendo appello all’esistenza di un sistema finanziario internazionale più inclusivo, guidato da regole trasparenti e reciprocamente vantaggiose […] Per raggiungere questo obiettivo, è necessario recuperare la fiducia e il rispetto reciproco tra gli Stati, che sono i principi sacri della Carta delle Nazioni Unite”…sono queste oggi, nel 2024, le premesse che l’Africa chiede?

Marco Tamburro