ADF Congo

ADF: una minaccia in continua evoluzione nell’Est della RDC

Marco Tamburro

Le Allied Democratic Forces (ADF) non sono più un gruppo residuale in declino, ma una minaccia armata persistente e adattiva, profondamente radicata nelle fragilità strutturali dell’est della Repubblica Democratica del Congo. Nato negli anni ’90 come movimento antigovernativo ugandese, il gruppo ha attraversato una trasformazione radicale: da insorgenza locale a formazione jihadista affiliata allo Stato Islamico (IS), fino a diventare un attore ibrido che combina violenza, ideologia e un’economia predatoria.

Dal 2023, l’ADF ha ridefinito la propria geografia di influenza. Storicamente concentrato nel Grande Nord del Nord Kivu, oggi opera attraverso cellule mobili e coordinate, sfruttando i vuoti di sicurezza creati dal ridispiegamento delle forze armate congolesi (FARDC) verso il fronte M23 e dalle difficoltà dell’operazione congiunta Shujaa. Questa dispersione ha permesso al gruppo di consolidarsi in aree rurali scarsamente militarizzate di Nord Kivu e Ituri, con segnali di espansione verso la provincia di Tshopo.

La violenza contro i civili è il fulcro della strategia ADF. Massacri, rapimenti e attacchi a luoghi simbolici come mercati, chiese e centri sanitari non rispondono a logiche militari, ma a obiettivi di terrore, coercizione e controllo sociale. Nel 2025, il 92% delle vittime degli attacchi ADF sono civili, un dato che evidenzia la sproporzione tra la pressione militare subita e la brutalità esercitata.

Parallelamente, il gruppo ha rafforzato la propria autonomia finanziaria. La riduzione dei flussi diretti dallo Stato Islamico ha accelerato la creazione di un’economia di guerra basata su tassazioni forzate (fino a 30 dollari al mese per gli agricoltori), estorsioni, rapimenti e sfruttamento delle risorse locali come oro, legname e cacao. Questa economia predatoria non solo garantisce la sopravvivenza del gruppo, ma ne alimenta la capacità di reclutamento, soprattutto tra i giovani vulnerabili.

Sul piano ideologico, l’affiliazione all’Islamic State Central Africa Province (ISCAP) ha fornito legittimità e visibilità internazionale, amplificata dalla propaganda di IS attraverso canali come Amaq. Tuttavia, la relazione è oggi più simbolica che operativa: le dinamiche regionali – con legami crescenti con Tanzania, Somalia e Mozambico – pesano più delle direttive del nucleo centrale di IS. Questa regionalizzazione favorisce scambi di competenze e risorse, con il rischio di trasferimenti di know-how militare, come l’uso di ordigni improvvisati o droni artigianali.

Le conseguenze umanitarie sono devastanti. Le aree sotto influenza ADF sono diventate zone “no-go” per le ONG, a causa di gravi restrizioni di accesso e di una crescente ostilità delle comunità, alimentata da percezioni di collusione tra attori umanitari e dinamiche di sicurezza. La distruzione di infrastrutture sanitarie, l’insicurezza cronica e gli spostamenti forzati aggravano la vulnerabilità delle popolazioni locali, mentre le proteste contro le ONG si moltiplicano.

Guardando al futuro, il rischio di espansione verso Tshopo è concreto, così come l’aumento della brutalità degli attacchi, spinto da una retorica religiosa sempre più radicale e anticristiana. Per gli attori umanitari, la sfida è duplice: garantire la sicurezza delle operazioni e preservare l’accettazione comunitaria, in un contesto dove la neutralità è costantemente messa in discussione.

M23 i

Crisi in DRC: chi sono gli M23 e le mire espansionistiche del Rwanda

Marco Tamburro

L’offensiva su Goma, nel Nord Kivu, da parte dell’M23 è stata lanciata a gennaio ed è sostenuta, ancora una volta, dal Rwanda. La presa della capitale del Nord Kivu è durata dal 23 al 30 gennaio. L’offensiva fa parte della più ampia campagna espansionistica dell’M23 nelle province del Nord e del Sud Kivu della RDC, ripresa nell’ottobre 2024 dopo una pausa. Nel gennaio 2025 i ribelli dell’M23 hanno compiuto una rapida avanzata nelle regioni del Kivu, prima conquistando Goma e poi Bukavu nel Sud Kivu. Mentre si allarmano i vicini Uganda e Burundi, anche gli organi Istituzionali come l’Unione Africana e gli Stati del sud est (SADC) sono alla ricerca di una mediazione politica. Al di là del noto supporto rwandese, l’M23 è un’organizzazione paramilitare. È storicamente considerata filo-ruandese per la presenza maggioritaria di tutsi, e parte del gruppo dell’Alleanza del fiume Congo (AFC). L’M23 è composto da ex ribelli del Congresso Nazionale per la Difesa del Popolo (CNDP) integrati nell’esercito congolese in seguito all’accordo di pace firmato il 23 marzo 2009 tra il CNDP e Kinshasa, che si sono poi ammutinati nell’aprile 2012, ritenendo che il governo congolese non stesse rispettando i termini dell’accordo.

Già nel 2012, i ribelli dell’M23 hanno conquistato gran parte del Nord Kivu e il 20 novembre 2012 già presero il controllo di Goma. Questo atto di guerra scatenò una forte mobilitazione della comunità internazionale per evitare una nuova deflagrazione nella regione. Durante la mediazione che ha riunito i Paesi africani dei Grandi Laghi, si raggiunse un accordo per il ritiro dell’M23 da Goma, in cambio dell’apertura di negoziati con le autorità congolesi.

Nel novembre 2021, l’M23, che fino ad allora era rimasto discreto, è tornato attivo nella Repubblica Democratica del Congo e, dal 2022, ha intensificato la sua offensiva nella regione del Kivu, prendendo il controllo di aree strategiche.

Ovvio però, che la presenza militare dell’M23 e del suo leader, non distolgono l’attenzione da quello che è il vero protagonista della strategia dietro i recenti attacchi, cioè Paul Kagame. L’Est del Congo è ricca di minerali e altre risorse naturali, e la presenza di gruppi armati e scarso controllo da parte del governo di Kinshasa, rendono molto più facili il controllo e l’esportazione illegale di queste risorse.

Incredibile il fatto che il Rwanda, che sarebbe in teoria poverissimo di coltan, sia un grand esportatore verso l’UE, tanto da aver sottoscritto un accordo con la Commissione europea nel febbraio 2024[1].

Il 13 febbraio, il Parlamento europeo ha votato a larga maggioranza per sospendere un accordo di cooperazione con il Ruanda su un trio di minerali fondamentali (The so-called 3T minerals — tin, tungsten, tantalum) per la transizione energetica pulita, citando i loro legami con le violenze in corso nella Repubblica Democratica del Congo.

Le collaborazioni fra l’UE e il Rwanda non finiscono qui, e gli imbarazzi dell’UE riguardano anche i 320 milioni di euro su climate-proof cities, 100 milioni su educazione primaria, e i 21 milioni per la missione rwandese nel Nord del Mozambico a protezione del gasdotto TOTAL, che dovrebbe poi rifornire anche l’UE nella sua strategia di diversificazione di approvvigionamento.

Risorse naturali, gas, Unione Europea ed etica, non vanno sempre d’accordo.

Marco Tamburro


[1] https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/en/ip_24_822

Burundi

Venti di colpo di Stato in Burundi: la fragilità dello stato e l’effetto Rwanda

Marco Tamburro

L’offensiva verso la capitale della provincia del Nord Kivu, Goma, da parte dell’M23, è stata rilanciata a gennaio di quest’anno dopo diversi mesi di calma apparente. A dispetto delle dichiarazioni ufficiali, l’apparato militare dell’M23, moderno e sofisticato, viene finanziato da tempo dal Rwanda. Ci sono voluti solo pochi giorni, fra il 23 e il 28 gennaio, per prendere prima l’aeroporto e poi i punti chiave di Goma. Ai primi di febbraio, è toccato poi anche a Bukavu, capitale del Sud Kivu, cadere nelle mani dei ribelli rwandesi con una precipitosa ritirata anche degli altri contingenti burundesi e sudafricano.

Se l’Unione Africana e la SADC hanno cercato di avviare dei negoziati direttamente col Rwanda per cercare una soluzione diplomatica, la regione resta una grande polveriera. Se il Rwanda ha delle chiare mire sul controllo dei Kivu per ragioni di sicurezza interna e grande presenza di materie prime, dall’altra parte il Burundi si trova in una posizione di estrema fragilità: geograficamente, al momento il Burundi si trova con un movimento pro-Rwanda come l’M23 alle porte del Paese dislocato su tutta la frontiera, oltre al confine chiuso da tempo col Rwanda. Facile immaginare come l’M23, se volesse, avrebbe facile accesso a vari punti della frontiera fra Rwanda e Burundi per sfruttare la debole presenza dell’esercito burundese in vari punti. Se però, a questo punto, un attacco imminente non sembra essere previsto, potrebbe anche non essere necessario se si volesse arrivare, in un altro modo, ad avere un nuovo regime politico molto più favorevole a Kigali. In Burundi, una storica minoranza tutsi ha in mano la maggior parte dell’economia e dell’esercito, a fronte della maggioranza della popolazione di etnia hutu. Inoltre, c’è da considerare anche la presenza della milizia Red-Tabara (Résistance pour un État de Droit au Burundi), milizia ribelle formatasi nel 2015 in seguito alla crisi politica del Paese e sostenuta sempre dal Rwanda.

In questo quadro la leadership hutu del Burundi, guidata da Évariste Ndayishimiye, sente tutta la pressione che si aggiunge alla precaria situazione del Paese: penuria di carburante, potere di acquisto delle famiglie sempre più ridotto, malnutrizione cronica e insicurezza alimentare esacerbati dal rifiuto politico di riconoscere questa situazione come vera crisi umanitaria.

In questo quadro ONG e agenzie UN lavorano da diversi anni per mitigare la crisi cronica del Paese, ma sono anche attenti alla sicurezza del loro personale se la situazione dovesse precipitare. Proprio per questi motivi, a metà febbraio, la rappresentante del programma alimentare mondiale (WFP) aveva diffuso delle istruzioni di sicurezza interne al PAM sui social media. In queste istruzioni, il WFP invitava il suo personale a fare scorte di cibo, acqua e carburante per due settimane; una raccomandazione ritenuta allarmistica dalle autorità burundesi, che l’hanno vista come un tentativo di seminare il panico tra la popolazione. Per questo motivo, Il governo ha deciso di espellere la rappresentante del WFP, e la responsabile della sicurezza dell’organizzazione che hanno lasciato il Paese il 14 febbraio.

In questo clima, è facile percepire che la presenza delle forze burundesi prima sul territorio dell’RDC e poi in posizioni difensive, oltre alla presenza del contingente sudafricano che si è ritirato dall’RDC, continuino a generare tensioni col Rwanda; nonostante ciò, il 3 febbraio, il presidente Ndayishimiye ha annunciato un patto di non belligeranza che dovrebbe scongiurare un’aggressione del Rwanda, ma non si sa se questo includa anche l’M23. La tensione però non diminuisce infatti, il 27 febbraio, durante un comizio pubblico a Bukavu, alla presenza di Corneille Nangaa, leader dell’M23, due distinte esplosioni hanno fatto undici morti; il leader dell’M23 ha affermato che le granate utilizzate nelle esplosioni sono dello stesso tipo di quelle usate dall’esercito del Burundi nella RDC.

Nei prossimi mesi, sarà ovviamente fondamentale capire quale sarà l’evoluzione del conflitto fra M23 e RDC, se le Istituzioni internazionali sanzioneranno il Rwanda e se gli altri attori regionali saranno in qualche modo colpiti da conseguenze indirette. Nello specifico contesto del Burundi, si delineerà meglio quale anima riuscirà a migliorare la posizione del Paese, se si arriverà ad una normalizzazione dei rapporti col Rwanda o se la questione etnica esacerberà i conflitti interni come in passato.