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M23 nell’Est della RDC: Uvira, il Ruolo del Rwanda

Marco Tamburro

Le Dinamiche Recenti dell’M23 nell’Est della RDC: Uvira, il Ruolo del Rwanda e l’Autorità di Fatto sui Territori Controllati

La recente ritirata dei ribelli M23/AFC da Uvira, nel Sud Kivu, rappresenta una nuova fase nel conflitto che da decenni destabilizza l’est della Repubblica Democratica del Congo (RDC). Sebbene presentata come un gesto di buona volontà, la ritirata non è stata volontaria: è avvenuta sotto forte pressione degli Stati Uniti, che hanno accusato il Rwanda e l’M23 di aver violato un accordo mediato da Washington tra Kinshasa e Kigali. Il gruppo ha accettato di ritirarsi su richiesta americana, definendo la mossa un gesto per favorire il processo di Doha. Diversi analisti hanno sottolineato che l’avanzata dell’M23 verso Uvira, avvenuta pochi giorni dopo la firma degli accordi di Washington, è stata percepita negli Stati Uniti come un affronto diplomatico. Di fronte alla prospettiva di sanzioni, i ribelli hanno annunciato il ritiro. Secondo esperti della Konrad Adenauer Foundation, la rapidità con cui l’M23 ha risposto conferma la forte influenza del Rwanda sul movimento. Tuttavia, sul terreno, testimoni riportavano ancora la presenza di combattenti dopo gli annunci ufficiali.

L’Ombra del Rwanda

Nonostante Kigali continui a negare ogni coinvolgimento, numerose fonti indicano il Rwanda come principale sponsor militare e logistico dell’M23. Gli Stati Uniti hanno accusato apertamente il governo rwandese di aver violato gli accordi di Washington sostenendo l’avanzata ribelle, un’accusa che ha rafforzato la pressione internazionale. L’atteggiamento dell’M23, pronto a ritirarsi solo dopo richiami espliciti di Washington, lascia intendere un coordinamento strategico tra Kigali e la leadership ribelle, confermando sospetti di lunga data: il Rwanda utilizzerebbe l’M23 come forza per procura per mantenere influenza nelle zone minerarie dell’est congolese.

Un Impasse: l’M23 come Autorità di Fatto

Nonostante le ritirate da alcune città, l’M23 continua a controllare vasti territori nel Nord e Sud Kivu, agendo come una autorità amministrativa de facto: gestione locale, imposizione di regolamenti, riscossione di tasse e forme di arruolamento obbligatorio. Tali pratiche sostituiscono o svuotano la presenza dello Stato congolese. Le ripetute alternanze tra annunci di ritiro e avanzate rinnovate alimentano un clima di sfiducia nelle comunità locali e rafforzano il ruolo dell’M23 come governo parallelo. Valutazioni umanitarie sul campo segnalano come i continui cambiamenti di controllo aggravino la vulnerabilità della popolazione civile, complicando l’accesso umanitario e costringendo le popolazioni a convivere con un mosaico instabile di autorità armate. Il gruppo ha persino sollecitato la presenza di forze neutrali internazionali nei territori lasciati, suggerendo una strategia volta a influenzare le future strutture di sicurezza. L’est della RDC rimane imprigionata in un sistema in cui gruppi armati, interferenze regionali e debolezze strutturali dello Stato congolese si rafforzano a vicenda. Il ruolo ibrido dell’M23, al tempo stesso forza militare e autorità civile, rende arduo qualsiasi negoziato. La ritirata da Uvira, imposta dagli Stati Uniti, mostra che la diplomazia può produrre risultati tattici, ma rivela anche un equilibrio strategico immutato: gli Stati Uniti, non hanno fermato il conflitto all’Est dell’RDC.

Marco Tamburro

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Crisi in DRC: chi sono gli M23 e le mire espansionistiche del Rwanda

Marco Tamburro

L’offensiva su Goma, nel Nord Kivu, da parte dell’M23 è stata lanciata a gennaio ed è sostenuta, ancora una volta, dal Rwanda. La presa della capitale del Nord Kivu è durata dal 23 al 30 gennaio. L’offensiva fa parte della più ampia campagna espansionistica dell’M23 nelle province del Nord e del Sud Kivu della RDC, ripresa nell’ottobre 2024 dopo una pausa. Nel gennaio 2025 i ribelli dell’M23 hanno compiuto una rapida avanzata nelle regioni del Kivu, prima conquistando Goma e poi Bukavu nel Sud Kivu. Mentre si allarmano i vicini Uganda e Burundi, anche gli organi Istituzionali come l’Unione Africana e gli Stati del sud est (SADC) sono alla ricerca di una mediazione politica. Al di là del noto supporto rwandese, l’M23 è un’organizzazione paramilitare. È storicamente considerata filo-ruandese per la presenza maggioritaria di tutsi, e parte del gruppo dell’Alleanza del fiume Congo (AFC). L’M23 è composto da ex ribelli del Congresso Nazionale per la Difesa del Popolo (CNDP) integrati nell’esercito congolese in seguito all’accordo di pace firmato il 23 marzo 2009 tra il CNDP e Kinshasa, che si sono poi ammutinati nell’aprile 2012, ritenendo che il governo congolese non stesse rispettando i termini dell’accordo.

Già nel 2012, i ribelli dell’M23 hanno conquistato gran parte del Nord Kivu e il 20 novembre 2012 già presero il controllo di Goma. Questo atto di guerra scatenò una forte mobilitazione della comunità internazionale per evitare una nuova deflagrazione nella regione. Durante la mediazione che ha riunito i Paesi africani dei Grandi Laghi, si raggiunse un accordo per il ritiro dell’M23 da Goma, in cambio dell’apertura di negoziati con le autorità congolesi.

Nel novembre 2021, l’M23, che fino ad allora era rimasto discreto, è tornato attivo nella Repubblica Democratica del Congo e, dal 2022, ha intensificato la sua offensiva nella regione del Kivu, prendendo il controllo di aree strategiche.

Ovvio però, che la presenza militare dell’M23 e del suo leader, non distolgono l’attenzione da quello che è il vero protagonista della strategia dietro i recenti attacchi, cioè Paul Kagame. L’Est del Congo è ricca di minerali e altre risorse naturali, e la presenza di gruppi armati e scarso controllo da parte del governo di Kinshasa, rendono molto più facili il controllo e l’esportazione illegale di queste risorse.

Incredibile il fatto che il Rwanda, che sarebbe in teoria poverissimo di coltan, sia un grand esportatore verso l’UE, tanto da aver sottoscritto un accordo con la Commissione europea nel febbraio 2024[1].

Il 13 febbraio, il Parlamento europeo ha votato a larga maggioranza per sospendere un accordo di cooperazione con il Ruanda su un trio di minerali fondamentali (The so-called 3T minerals — tin, tungsten, tantalum) per la transizione energetica pulita, citando i loro legami con le violenze in corso nella Repubblica Democratica del Congo.

Le collaborazioni fra l’UE e il Rwanda non finiscono qui, e gli imbarazzi dell’UE riguardano anche i 320 milioni di euro su climate-proof cities, 100 milioni su educazione primaria, e i 21 milioni per la missione rwandese nel Nord del Mozambico a protezione del gasdotto TOTAL, che dovrebbe poi rifornire anche l’UE nella sua strategia di diversificazione di approvvigionamento.

Risorse naturali, gas, Unione Europea ed etica, non vanno sempre d’accordo.

Marco Tamburro


[1] https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/en/ip_24_822